job market with ai 091026

Il futuro non appartiene a chi possiede una competenza, ma a chi continua a trasformarla

Il pensiero del CEO di Brain Computing, Carmine Lamberti

Il mondo del lavoro non sta semplicemente attraversando una nuova fase tecnologica. Sta cambiando la relazione tra competenze, persone e organizzazioni.

L’intelligenza artificiale non rappresenta un ulteriore strumento da affiancare a quelli che già utilizziamo. Non è una nuova tessera da aggiungere al mosaico dell’impresa: è un ingrediente destinato a entrare in ogni tessera.

Sta cambiando il modo in cui sviluppiamo software, analizziamo i dati, realizziamo contenuti, gestiamo le infrastrutture, prendiamo decisioni e progettiamo i processi aziendali.

La domanda, quindi, non è più se l’intelligenza artificiale cambierà il nostro lavoro.

La domanda è: quanto velocemente saremo capaci di cambiare noi?

 

L’intelligenza artificiale è già dentro le imprese

Secondo ISTAT, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizzava almeno una tecnologia di intelligenza artificiale. Nel 2024 la percentuale era dell’8,2% e nel 2023 soltanto del 5%.

Nelle grandi imprese l’adozione ha già raggiunto il 53,1%.

Questi numeri mostrano che non siamo davanti a una promessa futura, ma a una trasformazione già in corso. La distanza tra le imprese che sperimentano e quelle che aspettano sta aumentando rapidamente.

L’intelligenza artificiale non deve più essere considerata una funzione autonoma e separata.

Non possono esistere, da una parte, lo sviluppo software e, dall’altra, l’AI. Non possono esistere il marketing tradizionale e, in un altro reparto, gli agenti intelligenti. Non possono più essere separate la grafica, la gestione dei dati, l’amministrazione, le infrastrutture e l’automazione.

Ogni processo deve essere ripensato alla luce delle nuove possibilità offerte dall’intelligenza artificiale.

 

La crisi non è dell’IT, ma dell’IT puramente esecutivo

Il lavoro tecnologico non sta scomparendo. Sta perdendo valore una parte del lavoro ripetitivo, standardizzato e puramente esecutivo.

In Italia, infatti, non abbiamo un eccesso di professionisti digitali. Abbiamo il problema opposto.

Secondo l’Osservatorio sulle competenze digitali di Anitec-Assinform, in un anno sono stati pubblicati circa 136.000 annunci per figure ICT, a fronte di circa 73.000 nuovi professionisti entrati nel mercato.

Per raggiungere la quota media europea di occupati ICT, all’Italia servirebbero circa 236.000 professionisti tecnologici aggiuntivi.

Il bisogno di tecnologia, quindi, non si sta riducendo. Sta cambiando la qualità delle competenze richieste.

Fino a poco tempo fa un professionista riceveva una specifica, scriveva il codice, configurava un sistema e consegnava un risultato.

Il professionista del futuro dovrà invece:

  • comprendere il problema aziendale;
  • mettere in discussione la richiesta iniziale;
  • progettare processi e architetture;
  • governare dati, AI e integrazioni;
  • verificare la qualità degli output;
  • valutare rischi e conseguenze;
  • misurare il valore economico generato;
  • assumersi la responsabilità del risultato.

L’intelligenza artificiale comprime il valore dell’esecuzione e aumenta quello del pensiero, della progettazione e della responsabilità.

 

Dal “saper fare” al “saper governare”

Conoscere uno strumento o un linguaggio continuerà a essere importante, ma non sarà più sufficiente.

Il vero valore professionale non dipenderà soltanto dalla capacità di svolgere un’attività. Dipenderà dalla capacità di sapere che cosa chiedere all’intelligenza artificiale, come strutturare il problema e come valutare il risultato ottenuto.

La competenza tecnica non viene cancellata. Diventa la base necessaria per governare sistemi sempre più potenti.

Un programmatore che utilizza l’AI senza comprendere il codice, l’architettura e le conseguenze delle proprie decisioni rischia di produrre velocemente risultati sbagliati.

Un professionista esperto, invece, può utilizzare l’intelligenza artificiale per comprimere attività che prima richiedevano giorni e completarle in poche ore, mantenendo il controllo sulla qualità della soluzione.

Il futuro appartiene quindi a professionisti ibridi, capaci di unire:

  • tecnologia;
  • conoscenza del business;
  • intelligenza artificiale e dati;
  • pensiero critico;
  • capacità relazionali;
  • responsabilità sul risultato.

 

Il rischio della specializzazione statica

Stiamo osservando un fenomeno interessante: diversi professionisti lasciano aziende informatiche e società di consulenza per entrare direttamente in imprese industriali, commerciali o di servizi.

Queste aziende hanno compreso di aver bisogno di competenze digitali interne. Il trasferimento può quindi rappresentare un’opportunità importante.

Ma il settore nel quale si lavora non determina automaticamente la qualità del proprio futuro professionale.

Un’azienda industriale può avere un laboratorio digitale avanzatissimo. Al contrario, un’impresa formalmente tecnologica può continuare a lavorare con metodi e soluzioni ormai superati.

La domanda decisiva è un’altra:

Nell’organizzazione in cui lavoro sto imparando a costruire il futuro oppure sto soltanto mantenendo il passato?

Il rischio è diventare sempre più indispensabili all’interno di un singolo perimetro e, contemporaneamente, meno spendibili sul mercato esterno.

Una competenza che oggi risolve un problema può essere acquistata domani a un costo inferiore, automatizzata o sostituita da una soluzione più veloce.

Per questo i prossimi 18-36 mesi rappresentano un orizzonte strategico di attenzione. Non sono una scadenza statistica valida per ogni professione, ma un periodo nel quale una competenza non aggiornata può perdere rapidamente parte del proprio valore.

 

Entro il 2030 cambierà quasi il 40% delle competenze

Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che entro il 2030 il 39% delle competenze oggi richieste nel lavoro sarà trasformato o diventerà obsoleto.

Tra le competenze destinate a crescere più rapidamente troviamo:

  • intelligenza artificiale e big data;
  • reti e cybersecurity;
  • alfabetizzazione tecnologica.

Accanto alle competenze tecniche resteranno fondamentali il pensiero analitico, la creatività, la resilienza, la leadership e la collaborazione.

Non assisteremo soltanto alla scomparsa o alla trasformazione di alcuni ruoli. Vedremo nascere professioni che oggi non possiedono ancora una definizione precisa.

La robotica costituisce un esempio evidente. La diffusione di sistemi autonomi nelle industrie, nei negozi, negli alberghi e nella logistica creerà la necessità di tecnici capaci di comprendere contemporaneamente software, intelligenza artificiale, meccanica e processi produttivi.

Non sarà sufficiente saper riparare una macchina. Bisognerà comprendere l’impatto economico generato dal suo arresto.

In un’industria che produce un milione di euro al giorno, il fermo di un sistema intelligente non è soltanto un problema tecnico. È un problema di continuità operativa, fatturato e responsabilità.

 

Brain Computing diventa una Hybrid Human-AI Company

Brain Computing ha già attraversato diverse trasformazioni.

Nel 2021 abbiamo iniziato a parlare di Fully Liquid Enterprise, adottando un modello organizzativo distribuito e aiutando successivamente altre imprese a ripensare il proprio modo di lavorare.

Oggi stiamo costruendo una nuova identità: una Hybrid Human-AI Company nella quale persone e agenti intelligenti collaborano all’interno di ogni funzione aziendale.

Il nostro posizionamento non sarà più fondato sulla vendita di singoli prodotti tecnologici.

Non vogliamo essere scelti semplicemente perché realizziamo siti web, software, infrastrutture, campagne di marketing o agenti AI.

Vogliamo essere scelti quando un’impresa deve attraversare un cambiamento, ridisegnare il proprio sistema operativo e introdurre l’intelligenza artificiale nei processi.

Le tecnologie saranno componenti della soluzione, non il motivo principale per il quale il cliente si rivolgerà a noi.

 

Non vendiamo ore: vendiamo decisioni migliori

Le imprese sperimentano già le conseguenze della mancata adozione dell’intelligenza artificiale:

  • processi troppo lenti;
  • attività manuali e ripetitive;
  • costi operativi elevati;
  • dati frammentati;
  • difficoltà nel prendere decisioni;
  • perdita di competitività.

Alcuni imprenditori sono pienamente consapevoli del problema. Altri avvertono soltanto il dolore dell’inefficienza. Altri ancora non sanno di avere un problema.

Il nostro compito è comprendere queste inefficienze, renderle visibili e accompagnare imprenditori, CEO, CFO, CTO e CMO nella riprogettazione dell’impresa.

Il mercato è come un tapis roulant che ha improvvisamente aumentato la propria velocità. Continuare a camminare allo stesso passo non significa restare fermi: significa essere trascinati indietro.

Brain Computing vuole essere il partner che aiuta le imprese ad aumentare il passo.

Non venderemo semplicemente ore, codice o output tecnologici.

Venderemo:

  • processi più intelligenti;
  • automazione reale;
  • dati capaci di guidare le decisioni;
  • maggiore velocità;
  • efficienza misurabile;
  • risultati economici.

Venderemo decisioni migliori.

 

Aprire una finestra sul futuro

Per comprendere davvero dove sta andando il mercato non è sufficiente leggere report o osservare a distanza.

Dall’11 al 24 ottobre 2026, insieme agli altri componenti del Consiglio di amministrazione di Brain Computing, intraprenderò un viaggio che toccherà Corea del Sud, Giappone, Cina – con tappe a Shanghai e Shenzhen – Hong Kong ed Emirati Arabi Uniti.

Vogliamo osservare direttamente ecosistemi nei quali pagamenti digitali, robotica, mobilità autonoma, droni e servizi intelligenti sono già parte della quotidianità.

Non andremo alla ricerca di un singolo prodotto da importare in Italia.

Andremo ad aprire una finestra sul futuro.

Il nostro obiettivo sarà vivere queste esperienze, comprendere le direzioni del mercato e riportare in Brain una visione capace di orientare le scelte dei prossimi anni.

Innovare non significa necessariamente inventare qualcosa che non esiste. Può significare comprendere ciò che esiste già in un ecosistema più avanzato e trasferirlo, adattandolo, in un contesto diverso.

 

La Brain del 2036 dobbiamo costruirla oggi

La Brain Computing del 2026 è completamente diversa da quella del 2006 e del 2016.

Allo stesso modo, la Brain del 2036 sarà profondamente diversa dall’azienda che conosciamo oggi.

Abbiamo soltanto due alternative: costruirla oppure estinguerci.

Noi abbiamo scelto di costruirla.

L’azienda dovrà mettere a disposizione una direzione chiara, progetti innovativi, strumenti, formazione, contaminazione e opportunità di crescita.

Le persone dovranno mettere curiosità, disciplina nello studio, disponibilità al cambiamento, capacità di collaborare e volontà di assumersi nuove responsabilità.

La trasformazione non parte soltanto dall’impresa. Parte dalla scelta personale di rimanere professionalmente vivi, rilevanti e competitivi.

 

La consapevolezza è il nostro primo vantaggio

Il cambiamento può generare entusiasmo, ma anche ansia e incertezza. È comprensibile: non possiamo conoscere in anticipo tutti gli strumenti che utilizzeremo e tutte le professioni che nasceranno.

Possiamo però scegliere l’atteggiamento con cui affrontare questa trasformazione.

La nostra buona notizia è che abbiamo già acquisito la consapevolezza di non poterci fermare.

Non dobbiamo difendere il nostro vecchio lavoro dall’intelligenza artificiale. Dobbiamo costruire il nostro nuovo lavoro attraverso l’intelligenza artificiale.

Il futuro professionale di ciascuno di noi non dipenderà soltanto da ciò che sappiamo fare oggi.

Dipenderà soprattutto dalla velocità con cui sapremo diventare ciò che il mercato richiederà domani.

Il confine non passa tra chi resta e chi va via.

Passa tra chi continua a imparare e chi decide di fermarsi.

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